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Ricerca napoletana sull’Epatite C

L’epatite C è una forma di epatite causata da uno specifico virus (HCV). Prima della sua individuazione, nel 1989, i sintomi che la caratterizzavano erano definiti come “epatite nonA-nonB”.In molti casi l’epatite acuta C non ha sintomi e diventa cronica causando danni al fegato, nel lungo termine possono evolvere verso la cirrosi e l’epatocarcinoma.

In Italia le persone affette da epatite C sono circa 1,5 milioni (nel mondo secondo stima dell’OMS sono oltre 170 milioni). Attualmente sono disponibili test sierologici per rilevare l’infezione. Inoltre la PCR, un test di laboratorio sul DNA o sull’RNA, può essere usata per individuare il genotipo (il complesso dei caratteri genetici di un organismo, cioè il particolare insieme degli alleli di ogni cellula).L’infezione si diffonde attraverso lo scambio di sangue e più raramente per via sessuale. Prima della disponibilità dei test era di frequente causata da medicinali emoderivati e trasfusioni.

Anche se epatite A-B-C hanno nomi comuni e tutte colpiscono il fegato, i virus sono completamente diversi e, a differenza delle prime due, non esiste un vaccino per l’epatite C. La terapia antivirale, costituita dall’associazione farmacologica dell’interferone e la ribavirina è in grado di guarire dall’epatite cronica anche se non pochi sono i casi che resistono ai farmaci o per una mancata risposta o per la ricomparsa del virus alla sospensione della cura.

A che cosa dipende questa mancata risposta alla terapia? La spiegazione è stata data da una equipe napoletana, formata da un gruppo di genetisti medici guidati dal professore Achille Iolascon ordinario di Genetica alla Federico II e da un gruppo di epatologi coordinati dal professore Marcello Persico associato di Medicina Interna alla Seconda Università di Napoli.

L’indagine si è svolta su un numero di pazienti affetti da epatite cronica in cura presso la Clinica Medica della Seconda Università di Napoli diretta dal professore Torella. Gli studi sul DNA dei pazienti si è svolto presso il Centro di Studi di Ingegneria Genetica (CEINGE) presieduto dal professore Franco Salvatore.

I risultati della ricerca dimostrano per la prima volta che la risposta alla terapia antivirale per l’epatite da virus C è condizionata dalla presenza, in un gene chiamato SOCS3, di una mutazione molto frequente nella popolazione detta polimorfismo cioè un fenomeno per il quale una specie animale o vegetale presenta tre o più forme distinte.

“L’intuizione che un particolare poliformismo genetico – dice il professore Marcello Persico – condizionante una maggiore sintesi di SOCS3 caratterizzasse il corredo genico dei pazienti non reponder affetti da Epatite C è risultata vincente”. L’epatite cronica da virus C può essere considerata oggi una patologia curabile e le percentuali di guarigione si attestano tra il 50 e il 90 per cento a seconda del genotipo virale.

“Infatti - afferma il professore Persico – i pazienti infetti con genotipo 1 sono quelli più resistenti alla terapia ed i risultati riportati dal nostro studio dimostra come possa essere verosimile un’azione diretta del virus a livello genetico, determinando una iperespressione del gene SOCS3”.

La ricerca, pubblicata dalle prestigiose riviste GUT e Hepatology, verrà presentata nel corso di una conferenza stampa giovedì 8 novembre presso il CEINGE in Via Comunale Margherita 482.
 
1/11/2007

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