Infettata dal sangue: niente indennizzo
Trent’anni fa un incidente in Francia e 25 trasfusioni, poi la scoperta dell’epatite C: il calvario di una donna di 52 anni
GROSSETO. Aveva 23 anni quando, 30 anni fa, in sella a una moto su una strada di Francia, fu sbalzata a terra cadendo rovinosamente. La sua vita appesa a un filo, la sua salvezza affidata ai medici francesi. Ci vollero venticinque trasfusioni di sangue per salvarla. Ma quel sangue, pur strappandola alla morte, l’ha condannata a una vita di malattia che leggi e tribunali non hanno saputo a loro volta alleviare. Sangue infettato da un virus che nel 1986 non aveva neanche un nome. “Non epatite A e non epatite B”, era chiamato. Solo nel 1989 fu identificato. Era l’epatite C.
La storia di Sofia (il nome è di fantasia su richiesta della signora, che fornisce comunque tutti documenti che fanno riferimento al suo caso), è racchiusa in un faldone di carte, perizie mediche, sentenze raccolte in decenni. La donna, che abita nella zona nord della provincia di Grosseto, ha 52 anni e solo pochi mesi fa si è vista proporre un “risarcimento” a dir poco offensivo: nemmeno 7.000 euro per una vita rovinata nel fisico e nello spirito.
L’incidente in Francia. Tutto inizia il 29 settembre 1986. Sofia sta rientrando in Italia quando, vicino Le Luc, c’è un grave incidente. «Fui sbalzata via dalla moto – racconta – e caddi pesantemente sopra il guardrail prima di rotolare ai piedi di una scarpata». Trasportata in gravissime condizioni all’ospedale di Marsiglia, viene sottoposta a diversi interventi chirurgici. E, avendo perso molto sangue, le vengono fatte delle trasfusioni. Durante il mese di ricovero, in cui finisce in coma due volte, le vengono iniettate 25 sacche.
Rientrata in Italia, come da prassi, il costo delle cure sanitarie francesi viene pagato dalla Regione Toscana. Un particolare, questo, non secondario nella vicenda.
La scoperta dell’infezione. Sofia si rimette in sesto e trascorrono quattro anni. Quando quel drammatico incidente torna brutalmente nella sua vita. E gliela sconvolge. «Nel 1990 – racconta – facendo un prelievo all’Avis per diventare donatrice risultai essere positiva al virus a quei tempi denominato “non A non B” e poi classificato virus da epatite C». Sofia precipita nell’angoscia e nella paura. «Mi trovai improvvisamente davanti a una realtà sconosciuta – racconta – provavo paura e vergogna. L’ignoranza e i pregiudizi mi ponevano davanti molte domande: cosa fare? A chi rivolgersi? Che cosa era questo virus? Quali problemi e rischi avrei dovuto affrontare? Avrei potuto contagiare gli altri e soprattutto c’erano possibilità di guarigione? Non ne sapevo assolutamente niente». Proprio in quegli anni si cominciava a parlare dei primi scandali sulle trasfusioni di sangue infetto. Migliaia di pazienti si scoprirono contagiati. Sofia è tra loro.
La richiesta danni. Ma se la diagnosi è sconvolgente, Sofia all’epoca non poteva certo immaginare che la battaglia per avere un risarcimento sarebbe stata, se possibile, ancora più dura. Nel 2003 chiede alla Regione Toscana un indennizzo, come prevede la legge. La Regione, però, archivia la richiesta. «Sosteneva che il danno era stato causato da un ospedale francese e ne dovevano rispondere loro», spiega Sofia. La motivazione appare convincente e, comunque, chiesti chiarimenti, la Regione risponde che non ci sono strade se non quella, per la paziente, di rivolgersi direttamente alla Francia. Sofia, dunque, contatta un avvocato e una traduttrice francesi e inizia una lunga causa con il tribunale di Marsiglia. Alla fine il tribunale riconosce che Sofia è stata infettata durante quelle trasfusioni. Ma, nonostante ciò, rigetta la domanda.
I pregiudizi e l’isolamento. Sofia cade in una profonda prostrazione. Oltre al frustrante e costoso contenzioso la donna deve affrontare anche i problemi di salute che il virus le provoca. Biopsie, esami, prelievi, l’asportazione della cistifellea. Ma, soprattutto, deve combattere con un nemico ancora più insidioso: il pregiudizio delle persone, anche di quelle a lei più vicine. «Sebbene il virus si trasmetta solo attraverso il sangue – spiega Sofia – ho visto le persone allontanarsi. Lavoravo in un asilo e il medico mi disse che dovevo portare i guanti di lattice: ho dovuto cambiare lavoro. Avevo vinto un concorso in polizia: ho dovuto rinunciare. Mio marito voleva un altro figlio: mi ha lasciata».
Uno spiraglio. La donna cade in depressione. Impossibile quantificare la sofferenza patita. Eppure tutte le porte a cui Sofia bussa le si richiudono in faccia. Finché non si apre uno spiraglio. Nel 2010 la Francia istituisce il fondo di indennizzo Oniam che, in sei mesi, promette di risarcire i pazienti come Sofia. La donna nel 2013 fa domanda. La perizia è a suo favore e tutto sembra volgere al meglio. Fino allo scorso ottobre, quando Sofia apre la busta inviata dall’Oniam.
Un’offerta offensiva. L’offerta di indennizzo è 6.824 euro: 924 per le degenze in Francia necessarie a fare biopsie e altre trattamenti antivirali, 4.400 per le sofferenze fisiche e le conseguenze sociali della contaminazione; 1.500 per i danni a livello psicologico. «Non credevo ai miei occhi – dice – non sapevo se ridere o piangere. Trent’anni di malattia, una vita persa, oltre 20.000 euro spesi in viaggi, avvocati e traduzioni. Mi sono sentita veramente umiliata da un Paese civile come la Francia». Il risarcimento non è stato ancora versato.
Il tribunale respinge la richiesta. Ma le brutte sorprese non sono finite. Pochi giorni dopo, arriva anche la sentenza del giudice grossetano. Viste le lungaggini con il tribunale di Marsiglia, infatti, Sofia nel 2011 fa richiesta di indennizzo anche al ministero della Salute in Italia. «Del resto – dice – sarebbe anche nell’interesse dello Stato italiano farsi risarcire dalla Francia tutte le spese sanitarie che sostiene per me». Il giudice però dichiara la domanda inammissibile per decorrenza dei termini e non più impugnabile. «Se ora per la domanda è tardi vuol dire che all’epoca era possibile – dice Sofia – Perché allora la Regione la archiviò, se era un diritto che mi spettava?».
Inaccessibili le cure innovative. L’incubo però non è finito. Sofia, infatti, avrebbe una possibilità di guarire. Fallite le pesanti terapie con l’interferone, Sofia potrebbe tentare una terapia innovativa eradicante del virus. «Ma secondo i criteri Aifa – spiega – nonostante abbia un’epatite cronica attiva post trasfusionale non sono in condizioni così gravi da rientrare nei parametri di accesso a queste cure. E dunque sono condannata ad aspettare che le mie condizioni si aggravino, che sviluppi la cirrosi o il cancro, prima di avere la possibilità di guarire da una malattia peraltro trasmissibile».
Fonte: iltirreno






















