Epatite in Ematologia, negligenze in corsia
Una donna morta nel 2005 contagiò altri cinque pazienti
In pochi mesi tre decessi
Il «giallo» è stato risolto dal professor Varnier il perito incaricato dalla procura padovana
Il primo anello della catena di trasmissione è stato individuato. È ormai chiaro come si sia trasmessa l’infezione di epatite C che ha colpito ben sei pazienti ricoverati nel Servizio di Ematologia del reparto di Immunologia Clinica dell’Azienda ospedaliera, diretto dal professor Giampietro Semenzato, tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006. Sei pazienti, di cui tre uccisi dall’Hcv (Hepatitis C Virus).
E tre tuttora in cura per la malattia. Un bilancio pesante quello che emerge dalla consulenza del professor Oliviero Varnier, docente di Microbiologia all’Università di Genova, l’esperto incaricato dalla procura di Padova di far chiarezza sul «giallo sanitario». L’allarme epatite era scoppiato in seguito al decesso di Silvano Zagolin, pensionato 66enne di Pontevigodarzere, spirato l’8 febbraio 2006 a causa dell’infezione durante un ricovero in Ematologia. Nello stesso periodo altri due pazienti erano stati infettati.
Tante le ipotesi sul meccanismo di trasmissione del virus: da un errore umano dovuto all’applicazione di una procedura terapeutica non corretta, alla somministrazione di un emoderivato o un farmaco infetti. In più, un altro interrogativo inquietante: chi era la fonte di contagio primaria o, in termini tecnici, dove individuare il serbatoio infettivo? Due i sospetti ricoverati nel reparto: una donna morta il 29 dicembre 2005 e un paziente risultato positivo al test dell’Hcv.
Ogni dubbio è stato chiarito dal professor Varnier che, appena ricevuto l’incarico nell’aprile scorso, aveva chiesto e ottenuto la riesumazione della salma della donna. Una richiesta considerata da qualcuno inutile. Troppi i mesi trascorsi dal decesso: la salma, in avanzato stato di decomposizione, non avrebbe potuto fornire alcuna significativa risposta. Invece l’intuizione dello studioso si è rivelata più che felice. Il corpo era perfettamente conservato e dai suoi tessuti è stato isolato il virus dell’epatite C. Non uno qualsiasi, ma il ceppo di virus assolutamente identico a quello che aveva ucciso Zagolin e un giovane affetto da tumore. Virus che ha contagiato altri tre pazienti, escluso il malato inizialmente sospettato di aver diffuso l’infezione e, invece, colpito da un virus Hcv di diversa identità.
Una ricostruzione della «catena» del contagio davvero eccezionale nella scienza medica. Il virus dell’Hcv è mutogeno, ovvero cambia in continuazione. Da 6 a 10 sono i genotipi o le categorie del virus che, al loro interno, si suddividono in sottotipi con specifiche caratteristiche anche a seconda della collocazione geografica. Ecco perché la conferma scientifica dell’identico «sequenziamento» di un virus Hcv scoperto in più pazienti (sei nel caso padovano) è la «prova regina» per quanto riguarda il meccanismo di trasmissione dell’infezione.
Ma come si è verificato il contagio da un paziente all’altro in una struttura blindata come l’Ematologia, dove pure i visitatori entrano con camice, pantaloni, copricapo, guanti e mascherina? La risposta sempre dalla consulenza del professor Varnier, integrata dai puntuali rapporti dei carabinieri del Nas. C’è stata una negligente condotta da parte del personale che dovrà essere individuato dal pubblico ministero Emma Ferrero, titolare dell’inchiesta avviata per il reato di epidemia colposa.
Errate le manovre seguite: la trasmissione del virus è avvenuta tramite i cateteri endovenosi, applicati alla vena cava dei pazienti per somministrare i farmaci, manipolati con negligenza e scarsa attenzione all’igiene. Basta la fuoriuscita di una goccia di sangue contenente un’enorme quantità di virus per diffondere l’infezione.
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