Epatite C: il virus "silenzioso"
Epatite C: il virus "silenzioso" in due milioni d'italiani
Può essere paragonato ad un meccanismo a orologeria annidato nel fegato che resta quiescente per anni ma che può esplodere improvvisamente causando complicanze così gravi da portare talvolta ad esiti nefasti: è questo il temuto virus dell'epatite C che ancora non è possibile identificare al momento del contagio, per cui il sommerso ha un'altissima prevalenza nascondendo un'epidemia silenziosa.
Trasfusioni ricevute prima degli anni '90, scambi di siringhe con sangue infetto, piercing o tatuaggi effettuati senza alcuna norma igienica, lo sconsiderato scambio di rasoi o spazzolini da denti sono le principali vie sulle quali corre il virus il quale colpisce, secondo alcuni dati statistici 1 italiano su 12. Uno scomodo ospite, che secondo le più recenti stime colpisce 180 milioni di persone nel mondo, causando solo in Occidente il 70% delle infezioni virali croniche, il 50% delle cirrosi allo stadio terminale, il 50% dei tumori epatici e il 30-40% dei trapianti di fegato.
In passato la malattia non aveva neanche un nome (epatite non A e non B) e solo 20 anni fa il virus è stato scoperto e classificato dagli epatologi italiani che si sono dimostrati i migliori nel campo dello studio di questa patologia.
Sono oltre 1 milione e 800.000 i soggetti affetti da virus dell'epatite C in Italia, ma poco meno del 2% è in terapia in quanto gran parte di chi ne è colpito non sa di esserlo. Uno scenario preoccupante quello della malattia nel nostro Paese, per il silenzio che accompagna l'intervallo di anni tra l'infezione e l'insorgere dei primi sintomi.
Se non viene curata tempestivamente la malattia causa il tumore del fegato, che si stima colpisca oggi 40.000 italiani e, dato che diagnosi e trattamento precoci si mostrano le armi più efficaci per combatterla, è fondamentale intervenire subito con la terapia che garantisce efficaci tassi di risposta, terapia a base di peginterferone alfa-2a e ribavirina. A parlarne sono stati gli esperti riuniti in Congresso a Milano per la 43ª edizione dell'Associazione Europea per lo studio del fegato (EASL), il più importante appuntamento europeo sulle malattie epatiche.
Nel corso di una sessione orale late-breaker è stato messo in evidenza il notevole tasso di risposta a fine terapia per la molecola R1626, sviluppata da Roche, somministrata in associazione con peginterferone alfa-2a ribavirina. I dati presentati hanno messo in evidenza come dopo 4 settimane iniziali di trattamento con la triplice combinazione, seguite da 44 settimane di peginterferone alfa-2a e ribavirina, l'84% dei pazienti infettati con il genotipo 1 del virus sono risultati negativi rispetto al 65 % dei pazienti trattati con peginterferone alfa-2a e ribavirina.
L'R1626 ha, inoltre, evidenziato una quasi nulla tendenza allo sviluppo di resistenza virale, problema comune nel trattamento dell'epatite C quando vengono utilizzati farmaci quali gli inibitori della replicazione virale. Ad oggi, infatti, sia dopo 2 settimane di monoterapia, sia dopo 4 settimane di trattamento con R1626 in terapia di associazione, non è ancora stato identificato alcun tipo di resistenza virale.
"Questi risultati dimostrano che l'R1626 potrebbe incrementare le possibilità di successo nel trattamento dei pazienti affetti da epatite C. Particolarmente significativo è il fatto che l'R1626 dimostra un più elevato tasso di risposta a fine trattamento rispetto agli inibitori della proteasi del virus C attualmente in fase di sviluppo, in assenza di resistenze - ha affermato il Dott. David Nelson, Direttore di Epatologia e Trapiantologia Epatica presso la University of Florida, Gainesville, Florida, Stati Uniti. - Poiché la maggior parte dei pazienti risponde molto precocemente al trattamento con R1626, ci aspettiamo tassi di Risposta Virologica Sostenuta (eradicazione del virus dopo un periodo di follow up senza trattamenti) superiori a quelli raggiunti con le attuali terapie. Decisivi in tal senso saranno i dati degli studi di fase IIa e i risultati dello studio di fase IIb attualmente in corso".
I pazienti dello studio di fase IIa saranno seguiti per ulteriori 24 settimane senza trattamento per determinare il tasso di risposta virologica sostenuta. Nel frattempo, un ampio studio di fase IIb, denominato POLI 1, è iniziato nel novembre 2007 per definire la dose ottimale di R1626 in associazione con peginterferone alfa-2a e ribavirina. Lo studio è attualmente in corso di arruolamento e ha raggiunto il numero di circa 500 pazienti.
Eradicare il virus dell'epatite C significa anche dimezzare i casi di tumore al fegato. Se non curata in tempo la malattia apre le porte alla cirrosi (600 mila gli italiani che ne soffrono), passaggio obbligato all'epatocarcinoma. In questo contesto le evidenze scientifiche suggeriscono che l'eradicazione del virus dell'epatite C è fondamentale per la prevenzione del carcinoma epatocellulare. Uno studio italiano coordinato dal dr. Savino Bruno, recentemente pubblicato sulla più accreditata rivista mondiale di Epatologia (Hepatology) e confermato successivamente da autori europei ed americani, ha dimostrato che l'eliminazione del virus si associa a una riduzione sia delle complicanze che del rischio di insorgenza dell'epatocarcinoma anche nei pazienti che hanno sviluppato lo stadio più avanzato della malattia, (cirrosi).
Nel corso dell'incontro sono stati illustrati anche i risultati di tre nuovi studi che indicano in modo evidente come la terapia a base di peginterferone alfa-2a e ribavirina garantisca ai pazienti maggiori probabilità di guarigione rispetto alla terapia di confronto.
Il prof. Antonio Ascione, Direttore del Dipartimento di Gastroenterologia e dell'Unità di Epatologia dell'Ospedale Cardarelli di Napoli ha presentato i risultati di un trial prospettico, randomizzato e di confronto, che aveva come obiettivo la comparazione diretta del peginterferone alfa-2a con il peginterferone alfa-2b, entrambi in combinazione con ribavirina. Lo studio ha coinvolto 320 pazienti italiani randomizzati a ricevere peginterferone alfa-2a 180 mcg/settimana o peginterferone alfa-2b 1,5 mcg/kg/settimana. I pazienti hanno ricevuto dosi iniziali equivalenti di ribavirina (1000 o 1200 mg/die secondo il peso corporeo) con riduzioni delle dosi uguali in tutti i pazienti.
I risultati hanno mostrato un tasso di guarigione del 68,7% tra i pazienti cui è stato somministrato peginterferone alfa-2a e ribavirina, contro il 54,4% tra i pazienti trattati con peginterferone alfa-2b e ribavirina. Tale differenza è risultata altamente significativa (p=0,008). Di grande importanza è inoltre che nei genotipi 1 e 4 considerati difficili da trattare, la combinazione con peginterferone alfa-2a ha ottenuto tassi di cura nel 54,8% dei casi vs il 39,8% per il peginterferone alfa-2b. Anche questa differenza è risultata significativa (p=0,04). Gli effetti collaterali sono risultati sovrapponibili nei due gruppi, mentre il gruppo trattato con peginterferone alfa-2b ha registrato un maggior numero di interruzioni del trattamento dovute alla comparsa di effetti collaterali.
Due ulteriori studi, il PRACTICE e il PROBE, confermano i risultati di superiorità del peginterferone alfa-2a nella pratica clinica.
Lo studio PRACTICE ha analizzato la risposta di 3470 pazienti affetti da epatite cronica C trattati tra il 2000 e il 2007 in 23 centri tedeschi. I pazienti sono stati raggruppati secondo determinate caratteristiche di base e secondo il dosaggio cumulativo di ribavirina ricevuto. Dall'analisi dei dati appaiati, un numero significativamente superiore di pazienti trattati con peginterferone alfa-2a e ribavirina ha eradicato il virus (59.3%, ) rispetto a quelli trattati con peginterferone alfa 2b e ribavirina (53.0% ). Tale differenza è risultata altamente significativa [p=0.008]).
Il PROBE è uno studio osservazionale che ha permesso di valutare in modo prospettico l'impatto della terapia con interferoni peghilati nella pratica quotidiana. Questa analisi prende in considerazione 1351 pazienti con virus di genotipo 1 trattati in 167 diversi centri italiani. In questo caso i risultati dimostrano come il trattamento con peginterferone alfa-2a in combinazione con ribavirina rappresenti un fattore predittivo di risposta virologica sostenuta (SVR) superiore rispetto al trattamento con peginterferone alfa-2b e ribavirina (SVR 41% vs 34%) e tale differenza è risultata altamente significativa (p = 0,004].
"L'impatto sociale dell'epatite C in Italia è altissimo - ha affermato Ivan Gardini, Presidente di EpaC Onlus la più importante organizzazione di pazienti al servizio dei cittadini affetti dalla malattia - e l'impegno di tutti dovrebbe convergere sulla diagnosi precoce e sull'eradicazione del virus in maniera tempestiva. La mortalità da cirrosi e tumore al fegato può essere sensibilmente ridotta attraverso politiche di screening selettivi sui gruppi a rischio, facendo emergere il sommerso dei pazienti infetti inconsapevoli.
La qualità della vita di chi ha contratto il virus deve essere tutelata ed è necessario un piano di intervento nazionale adeguato, che coinvolga i medici di Famiglia, gli specialisti, e le associazioni dei pazienti. Siamo stanchi di vedere morire i nostri associati fra atroci sofferenze seppure assistiti egregiamente dai nostri specialisti. Il 19 maggio oltre 200 Associazioni nel mondo saranno unite per celebrare la giornata mondiale sull'epatite e chiedere ai loro Governi una maggiore attenzione e attività concrete, con richieste precise e circostanziate. EpaC onlus, tra l'altro, il 17 maggio a Roma organizzerà il più grande convegno per i pazienti mai fatto in Italia e in Europa.






















