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Epatite C, negli Usa uccide più dell'HIV

Negli Stati Uniti si muore di più per l’epatite C che non per l’infezione da HIV. Lo rivela un report dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) di Atlanta, appena uscito sugli Annals of Internal Medicine, nel quale si legge che la mortalità da HIV è in calo mentre quella legata all'epatite C è in aumento e le due curve di mortalità si sono incrociate nel 2007.

In quell’anno, sono stati registrati 12.734 decessi attribuiti all’HIV contro i 15.106 attribuiti all’infezione da HCV. L'analisi, basata su certificati di morte dal 1999 al 2007, ha inoltre evidenziato un lieve calo del tasso di mortalità per l'epatite B, sebbene nel 2007 l’infezione da HBV sia stata ritenuta implicata in 1.815 decessi.

Secondo gli autori, queste stime rendono conto probabilmente "solo di una parte dell’impatto dell’epatite virale in termini di morbilità e mortalità", tenendo anche conto del fatto che l'epatite cronica - sia B e C - è più diffusa tra le persone nate dal 1945 al 1965.

La maggior parte di coloro che hanno contratto l’infezione in realtà non sanno ancora di essere infetti e stanno raggiungendo ora l'età in cui sono a rischio di decesso e di malattie legate all’epatite.

Infatti, nel 2007, il 73,4% C delle morti da epatite C e il 59,4% di quelle legate all’epatite B si sono verificate nella fascia di età 45-64 anni.

Gli autori del report segnalano che spesso i certificati di morte vengono compilati da una persona diversa dal medico di base e perciò potrebbero non essere del tutto accurati, ma l'effetto di tale bias dovrebbe non dovrebbe variare granchè nel tempo e quindi non dovrebbe influenzare i trend di mortalità.

Il report del gruppo del Cdc (guidato da Kathleen Ly) esce in un momento in cui lo scenario del trattamento dell’epatite C è in rapida evoluzione, grazie alla recente approvazione ed entrata in clinica dei nuovi antivirali ad azione diretta boceprevir e telaprevir.

Prima del 1990, quando l’infezione da HCV si curava solo l’interferone, le percentuali di guarigione non superavano il 10%. Oggi, aggiungendo gli inibitori della proteasi specifici per l’HCV alla terapia combinata con interferone pegilato e ribavirina, si riescono a ottenere percentuali di eradicazione virale (risposta virologica sostenuta) quasi del 70% nei pazienti con infezioni da HCV di genotipo 1, la più difficile da trattare.

Secondo Harvey Alter e Jake Liang, MD, entrambi di National Institutes of Health a Bethesda, che firmano l’editoriale di accompagnamento, utilizzando le combinazioni dei nuovi agenti, nel giro di 5 anni si potrebbe arrivare a percentuali di guarigione del 90%. Emblematico, in questo senso, il titolo del loro commento: “Epatite C: la fine dell’inizio e, forse, l’inizio della fine”.

Per i due esperti, ciò che per ora manca, in questo quadro ottimistico, e una politica sanitaria di “identificazione e trattamento’ al fine di ridurre l’impatto della malattia. Prevenire le conseguenze a lungo termine dell'epatite C, come la cirrosi e il cancro al fegato, è un traguardo oggi, raggiungibile, secondo Alter e Liang, purché "la nostra volontà collettiva evolva più rapidamente delle nostre capacità farmacologiche".

Secondo David Rein, del National Opinion Research Center (NORC) dell’Università di Chicago, primo autore di un altro articolo sul tema pubblicato sempre sullo stesso numero degli Annals, un passo avanti in questo senso si potrebbe fare attraverso un cambiamento nelle politiche di screening dell'epatite C.

Attualmente, negli Stati Uniti, il Cdc raccomanda lo screening anticorpale per le persone con fattori di rischio o indicatori come un passato di uso di droghe per via iniettiva o livelli ematici elevati di alanina aminotransferasi.

Rein e i suoi collaboratori, sottoporre le persone a un solo di screening e poi, eventualmente, trattarle in base alla coorte di nascita - in particolare quelle nati dal 1945 al 1965 - sarebbe una misura valida in termini di costo-efficacia.

La loro analisi mostra, infatti, che con questo screening basato sulla coorte di nascita è stato possibile identificare 808.580 casi di infezione cronica in più rispetto alla politica vigente, al costo di 2.874 dollari per ogni caso.

Inoltre, a seconda del tipo di trattamento successivo, lo screening potrebbe impedirebbe tra 82.300 e 121.000 decessi, con un rapporto costo-efficacia incrementale per QALY guadagnato compreso tra 15.700 e 35.700 dollari.

K.N. Ly, et al. The Increasing Burden of Mortality From Viral Hepatitis in the United States Between 1999 and 2007. Ann Int Med, 2012;156(4):271-278.

D.B. Rein, et al. The Cost-Effectiveness of Birth-Cohort Screening for Hepatitis C Antibody in U.S. Primary Care Settings. Ann Int Med, 2012;156(4):263-270.

Fonte: Pharmastar.it

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