
La diagnosi - esami correlati
Attualmente la diagnosi di epatite C si basa sull’impiego di due esami del sangue: la ricerca degli anticorpi specifici contro l’HCV e l’individuazione delle particelle virali HCV-RNA.
È inoltre possibile valutare in modo indiretto lo stato di infiammazione del fegato determinando i livelli delle transaminasi epatiche. Una volta accertata la presenza del virus si possono eseguire ulteriori indagini volte a definire precisamente il danno al fegato con la biopsia e ad individuare il genotipo dell’HCV e la carica virale grazie all’HCV-RNA quantitativo.
Anticorpi anti-HCV
Questo test per la ricerca degli anticorpi è disponibile dal 1989 e permette di stabilire se il soggetto è entrato in contatto con l’HCV e se ha quindi sviluppato anticorpi contro il virus, ma non distingue tra malattia pregressa o in atto, aspetto evidenziabile unicamente andando a valutare la presenza o meno del virus nel sangue con la ricerca dell’HCV-RNA.
La ricerca di anticorpi anti-HCV può dare risultati falsamente negativi se avviene nel cosiddetto “periodo finestra”, che è l’intervallo di tempo, fino a 6 mesi, compreso tra l’esposizione dell’individuo al virus e la formazione degli anticorpi specifici.
HCV-RNA
Il test permette la determinazione del genoma virale e la conferma definitiva della diagnosi di epatite C viene dall’individuazione delle particelle virali circolanti nel sangue, la cosiddetta carica virale o viremia, mediante un test molecolare basato sulla polymerase chain reaction (PCR), una tecnologia molto sensibile che consente di analizzare quantità minime del genoma dell’HCV. Se questo test risulta positivo HCV-RNA qualitativo, significa che sussiste una replicazione virale in corso e quindi una infezione. La stima della carica virale (HCV-RNA quantitativo) fornisce inoltre importanti indicazioni sulla risposta del paziente al trattamento e all’eventuale necessità di modificare il regime terapeutico.
Il genotipo virale (HCV-RNA qualitativo)
Permette di stabilire il genotipo del virus (ad esempio 1a, 2a, 2b, 3…), al momento attuale se ne conoscono 6 tipi distinti, ulteriormente suddivisi in un centinaio di sottotipi. La ricerca del genotipo virale è un’altra indagine estremamente utile per impostare correttamente la terapia antivirale. Infatti il genotipo sembra influenzare notevolmente la risposta del paziente al trattamento.
Le transaminasi epatiche
Il grado di infiammazione del fegato può essere anche valutato indirettamente determinando l’attività delle transaminasi epatiche (alanina transaminasi o ALT/GPT e aspartato transaminasi o AST/GOT), enzimi prodotti dal fegato che durante la fase di infezione acuta vengono rilasciati in elevate quantità nel circolo sanguigno.
Se dopo ripetuti dosaggi i valori delle transaminasi rimangono persistentemente al di sopra della norma l’epatite C è considerata cronica. Tali enzimi epatici hanno normalmente un andamento intermittente, con innalzamenti dei livelli che si possono alternare a normalizzazioni. Inoltre in un caso su quattro le transaminasi restano stabilmente normali per tutto il decorso dell’infezione, anche se il virus si moltiplica nell’organismo.
Non è quindi corretto utilizzare il livello delle transaminasi come unico indicatore di infezione da HCV e per diagnosticare l’epatite C bisogna necessariamente eseguire i test precedentemente citati.
La biopsia
Una volta accertata la presenza dell’HCV, per avere un quadro preciso sull’entità e sul tipo di danno al fegato, è spesso utile effettuare una biopsia epatica, un esame che viene eseguito in regime di ricovero giornaliero (Day Hospital) e che consiste nel prelievo di un piccolo campione di tessuto epatico e nella sua analisi al microscopio. Le informazioni così ottenute possono contribuire alla definizione del programma terapeutico più adeguato per il paziente HCV-positivo.
È inoltre possibile valutare in modo indiretto lo stato di infiammazione del fegato determinando i livelli delle transaminasi epatiche. Una volta accertata la presenza del virus si possono eseguire ulteriori indagini volte a definire precisamente il danno al fegato con la biopsia e ad individuare il genotipo dell’HCV e la carica virale grazie all’HCV-RNA quantitativo.
Anticorpi anti-HCV
Questo test per la ricerca degli anticorpi è disponibile dal 1989 e permette di stabilire se il soggetto è entrato in contatto con l’HCV e se ha quindi sviluppato anticorpi contro il virus, ma non distingue tra malattia pregressa o in atto, aspetto evidenziabile unicamente andando a valutare la presenza o meno del virus nel sangue con la ricerca dell’HCV-RNA.
La ricerca di anticorpi anti-HCV può dare risultati falsamente negativi se avviene nel cosiddetto “periodo finestra”, che è l’intervallo di tempo, fino a 6 mesi, compreso tra l’esposizione dell’individuo al virus e la formazione degli anticorpi specifici.
HCV-RNA
Il test permette la determinazione del genoma virale e la conferma definitiva della diagnosi di epatite C viene dall’individuazione delle particelle virali circolanti nel sangue, la cosiddetta carica virale o viremia, mediante un test molecolare basato sulla polymerase chain reaction (PCR), una tecnologia molto sensibile che consente di analizzare quantità minime del genoma dell’HCV. Se questo test risulta positivo HCV-RNA qualitativo, significa che sussiste una replicazione virale in corso e quindi una infezione. La stima della carica virale (HCV-RNA quantitativo) fornisce inoltre importanti indicazioni sulla risposta del paziente al trattamento e all’eventuale necessità di modificare il regime terapeutico.
Il genotipo virale (HCV-RNA qualitativo)
Permette di stabilire il genotipo del virus (ad esempio 1a, 2a, 2b, 3…), al momento attuale se ne conoscono 6 tipi distinti, ulteriormente suddivisi in un centinaio di sottotipi. La ricerca del genotipo virale è un’altra indagine estremamente utile per impostare correttamente la terapia antivirale. Infatti il genotipo sembra influenzare notevolmente la risposta del paziente al trattamento.
Le transaminasi epatiche
Il grado di infiammazione del fegato può essere anche valutato indirettamente determinando l’attività delle transaminasi epatiche (alanina transaminasi o ALT/GPT e aspartato transaminasi o AST/GOT), enzimi prodotti dal fegato che durante la fase di infezione acuta vengono rilasciati in elevate quantità nel circolo sanguigno.
Se dopo ripetuti dosaggi i valori delle transaminasi rimangono persistentemente al di sopra della norma l’epatite C è considerata cronica. Tali enzimi epatici hanno normalmente un andamento intermittente, con innalzamenti dei livelli che si possono alternare a normalizzazioni. Inoltre in un caso su quattro le transaminasi restano stabilmente normali per tutto il decorso dell’infezione, anche se il virus si moltiplica nell’organismo.
Non è quindi corretto utilizzare il livello delle transaminasi come unico indicatore di infezione da HCV e per diagnosticare l’epatite C bisogna necessariamente eseguire i test precedentemente citati.
La biopsia
Una volta accertata la presenza dell’HCV, per avere un quadro preciso sull’entità e sul tipo di danno al fegato, è spesso utile effettuare una biopsia epatica, un esame che viene eseguito in regime di ricovero giornaliero (Day Hospital) e che consiste nel prelievo di un piccolo campione di tessuto epatico e nella sua analisi al microscopio. Le informazioni così ottenute possono contribuire alla definizione del programma terapeutico più adeguato per il paziente HCV-positivo.

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