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Il primo farmaco per trattare l’epatocarcinoma

Il primo  farmaco per trattare l’epatocarcinoma


Intervista al Prof. Antonio Ascione

Prof. Antonio Ascione
Ospedale Fatebenefratelli di Napoli
Dipartimento di Medicina – Centro per le malattie del fegato
Telefono 081-5981111 (centralino) – interno 294

Da poche settimane anche i malati italiani hanno a disposizione l’unico farmaco che finora si è dimostrato efficace nel tumore del fegato avanzato: è il sorafenib, (Nexavar®) un inibitore multichinasico ad azione mirata per il trattamento dell’ epatocarcinoma.

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha infatti ammesso alla rimborsabilità questa molecola, che potrà quindi essere utilizzata per il trattamento di una neoplasia che colpisce nel nostro Paese migliaia di pazienti ogni anno e che vede come nemico numero uno la cirrosi. Sulla decisione hanno pesato i risultati inequivocabili di due importanti studi clinici internazionali (studio SHARP e Studio Asia-PAcific).

A questo punto sorgono spontanee alcune domande che vogliamo discutere con il Prof. Antonio Ascione, epatologo, Responsabile del Centro per le malattie del fegato dell’Ospedale Fatebenefratelli di Napoli.

la nota CUF prevede che il farmaco possa essere somministrato per il "TRATTAMENTO DELL'EPATOCARCINOMA".

Vale quindi per trattare tutti i tipi di epatocarcinoma?
La risposta è sì. Ciò che a mio avviso conta di più è lo stadio della malattia epatica sottostante. In effetti, nella grande maggioranza dei casi, l’epatocarcinoma colpisce i pazienti che hanno una cirrosi. Ed è questo il maggiore problema. Non bisogna guardare al tumore in sé, ma valutare la situazione del singolo paziente e lo stadio della malattia.

Vale per qualsiasi stadio della malattia?
Il farmaco è stato fin qui usato, nei due studi citati, nelle forme avanzate, nelle quali ha mostrato un vantaggio, sia pure di soli tre mesi, ma statisticamente significativo,  in termini di sopravvivenza. Ed è la prima volta che un farmaco mostra un effetto positivo di questa portata nell’epatocarcinoma. Tuttavia nei pazienti con malattia molto avanzata è molto difficile ottenere grandi risultati, soprattutto quando tutte le terapie tentate in precedenza non hanno dato alcun beneficio. Verosimilmente, ma è da provare, la fase nella quale si può potenzialmente ottenere una efficacia maggiore è quella più iniziale e quando la capacità funzionale del fegato non è molto compromessa. E’ questo il campo nel quale bisogna lavorare maggiormente per ottimizzare il trattamento. Lo stadio ideale per utilizzare al meglio questa terapia è lo stadio Child-Turcotte-Pugh A e B. Cioè quegli stadi nei quali la funzione epatica calcolata sulla base dell’albuminemia, bilirubinemia e coagulazione del sangue sono accettabili e non c’è né ascite, né disturbi neurologici collegati alla malattia epatica (encefalopatia). 

Dove e come può essere prescritto?
Può essere prescritto da tutte le strutture che sono abilitate sulla base di decreti emanati dalle singole regioni. In linea di principio l’Agenzia Italiana del farmaco (AIFA) ha correttamente indicato che tutti i Centri che si occupano specificamente di questa malattia devono avere la possibilità di prescriverlo. Ovviamente si tratta di Centri ospedalieri di riferimento.

Andrà a sostituire la chemioembolizzazione, resezione, ecc.?
Certamente no.  La migliore strada è quella di non abbandonare la strategia che, in molti dei nostri centri si è rivelata vincente: l’approccio multidisciplinare. Infatti, nella pratica clinica, la terapia dell’epatocarcinoma richiede un approccio molto più complesso e, soprattutto, è indispensabile non solo disporre di più metodiche ma anche avere la disponibilità di più specialisti (clinico, chirurgo, radiologo interventista) per ottenere il massimo beneficio da parte del paziente.

Potrà essere somministrato anche ai pazienti in lista di attesa per il trapianto?
Io penso di sì, anche se non vi sono studi pubblicati che specificamente si sono occupati dell’argomento. Tuttavia, quando un paziente con epatocarcinoma su cirrosi viene trattato con le varie tecniche (alcolizzazione, radiofrequenza, laser terapia, chemioembolizzazione, asportazione chirurgica del tumore) bisogna porsi il problema delle recidive. Se il paziente è o non è in lista di attesa per il trapianto non fa una grande differenza. In questa fase io vedo di grande interesse questa molecola che oggi ci viene offerta nella cura di questa malattia.

Potrà essere somministrato anche a coloro che non possono più sottoporsi a trapianto?
Penso che l’essere non idoneo al trapianto non sia una controindicazione al trattamento. E’ chiaro che se la malattia è troppo avanzata le probabilità di successo sono scarse.

Cosa si intende per “probabilità di successo?” Si intende un allungamento delle aspettative di vita in termini di mesi, anni? Parliamo di un “congelamento” della massa tumorale, di una regressione o anche di una scomparsa?
Per probabilità di successo s’intendono tutte queste cose insieme. È chiaro che miriamo ad un congelamento della situazione e che in tal modo si allunghi la sopravvivenza. È questo il vero bersaglio, anche se è ancora da definire se questo farmaco ha la capacità di ottenere una regressione del tumore.

Cos’altro è importante sapere per un paziente?
Grazie per questa domanda che, allo stato, ritengo sia importantissima. Ogni paziente che è affetto da una malattia epatica cronica, da qualsiasi causa (virale, alcolica, biliare etc) deve essere sottoposto a controlli semestrali mediante esame clinico, di laboratorio e, soprattutto, ecografico. Questa procedura offre la possibilità di scoprire il tumore quando è piccolo e curabile, spesso, in modo definitivo. Ed è questa oggi la strada migliore per ottenere un risultato eccellente. Ricordando che, anche chi ha effettuato una terapia antivirale ed ha ottenuto, cosa assai probabile oggi con le nuove terapie, il risultato di aver eliminato il virus, deve sottoporsi ai controlli periodici. L’esperienza di questi ultimi venti anni ci ha chiaramente insegnato che questa condotta è altamente remunerativa in termini di aumento della qualità e della quantità di vita negli epatopazienti. Fortunatamente un esame come l’ecografia epatica di basso costo, non invasivo può ormai essere fatto in qualsiasi area del nostro Paese, con risultati clinici di straordinaria efficacia.

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