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Malattia epatica correlata all'alcol in aumento, la diagnosi precoce può essere la chiave #EASL2019

Secondo un ampio studio canadese basato sulla popolazione presentato al congresso della EuropeanAssociation For The Study Of The Liver (EASL) 2019 di Vienna, in Austria, la prevalenza della cirrosi epatica legata al consumo di alcol è in aumento, in parti

Secondo un ampio studio canadese basato sulla popolazione presentato al congresso della EuropeanAssociation For The Study Of The Liver (EASL) 2019 di Vienna, in Austria, la prevalenza della cirrosi epatica legata al consumo di alcol è in aumento, in particolare nei soggetti maschi di mezza età, ed è correlata a una bassa sopravvivenza dovuta alla diagnosi tardiva.

Come sottolineano i ricercatori, sono necessarie una migliore sorveglianza, l’individuazione precoce dei pazienti con malattia epatica alcolica e lo sviluppo di pratiche sanitarie efficaci per facilitare le misure preventive volte a evitare la malattia e la diagnosi tardiva.

Alcol prima causa di malattia epatica
Le malattie del fegato sono responsabili di circa 2 milioni di morti ogni anno in tutto il mondo, la metà dei quali a causa di complicanze della cirrosi epatica. A loro volta, circa il 50 percento di tutti i decessi correlati alla cirrosi possono essere attribuiti al all’alcol, dove una prevalenza più elevata di cirrosi è legata a un maggior consumo di alcol, hanno scritto i ricercatori.

«Al momento attuale sappiamo che l’alcol è la prima causa di epatopatia nel mondo occidentale» ha detto in una intervista a Pharmastar il Professor Giovanni Addolorato, direttore del centro algologico dell'Istituto di Medicina e Gastroenterologia del Policlinico Gemelli di Roma e meeting chair di un incontro “meet the expert” organizzato dall’EASL su tale argomento, in cui si sono confrontati alcuni dei principali specialisti in epatologia. «Più del 60% delle cirrosi epatiche, sia in Europa che in Nord America, è secondario all’uso/abuso di alcol e questa percentuale tenderà ad aumentare col tempo. Con i progressi dei farmaci antivirali contro il virus dell’epatite C, la quota di epatopatie secondarie all’infezione virale tenderà a ridursi, quindi come cause resteranno quella alcolica e quella secondaria alla Nash».

«Ma non si tratta solo di un aumento legato alla riduzione delle altre cause – ha aggiunto. Alcuni studi molto recenti, tra cui uno pubblicato su Lancet lo scorso settembre, mettono in evidenza come di fatto non esista una quota soglia di sicurezza per il consumo di alcol. Già un’assunzione giornaliera superiore a 30 grammi, che fino a poco fa era ritenuta una quantità modesta, è possibile che dia un’epatopatia alcolica».

«Per questo motivo è stato organizzato il “meet the expert”, durante il quale è emerso che quanto avviato in passato in Italia, dove abbiamo una cultura ormai decennale sull’integrazione dei centri alcologici all’interno delle strutture che si occupano di epatologia, viene oggi ripetuto anche in altri paesi», ha continuato Addolorato.

Uno studio basato sulla popolazione
Negli ultimi due decenni, in Canada come in molti altri paesi, sono stati intensificati gli sforzi per aumentare la consapevolezza generale dei rischi associati al consumo di alcol e per migliorare l'accesso alle cure per i pazienti con cirrosi causata da malattie epatiche correlate all'alcol.

Dal momento che i risultati di questi sforzi non sono ancora stati valutati appieno, per chiarire meglio l'efficacia delle strategie nazionali di riduzione del danno alcolico i ricercatori dell'Università di Calgary, in Canada, hanno effettuato un’analisi per valutare i cambiamenti nell'epidemiologia della cirrosi determinata dalla malattia epatica legata all'alcol.

Hanno utilizzato diversi database basati sulla popolazione in Alberta, una provincia canadese abitata da circa 4,3 milioni di persone, per identificare tutti gli individui interessati da questa condizione tra il 2013 e il 2017.

Più malati tra i maschi di mezza età
L'incidenza annuale complessiva per età, aggiustata per il sesso, della cirrosi dovuta a malattia epatica correlata all'alcol è risultata di 38,9 casi/100.000 per le donne e di 55,6 casi/100.000 per gli uomini. L’incidenza più elevata è stata osservata tra gli uomini di 40-59 anni (97,4/100.000).

Se i dati di incidenza sono rimasti stabili nel corso del periodo di studio (p=0,37), lo stesso non è stato per la prevalenza, cresciuta in misura significativa da 107,7 a 158,2 casi/100.000 (p<0,01), soprattutto negli uomini di età compresa tra 60 e 79 anni (309,5 casi/100.000).

Il tasso di mortalità era di 13,1 casi/100.000 mentre quelli di sopravvivenza a 1, 3 e 5 anni erano rispettivamente del 66,9%, 60,7% e 55,1%, con oltre il 70% dei pazienti che presentavano una cirrosi scompensata al momento della diagnosi.

«Questo studio mette in luce un aumento critico della prevalenza della cirrosi dovuta a malattia epatica correlata all'alcol in questa popolazione rappresentativa canadese», ha affermato Hassan Azhari dell'Università di Calgary in Canada, che ha presentato al congresso i risultati dello studio. «Il rischio di sviluppare cirrosi a causa della malattia epatica alcol-correlata era più alto tra gli uomini di mezza età e la sopravvivenza è risultata scarsa nell'intera coorte, principalmente a causa della diagnosi tardiva. Abbiamo bisogno di sviluppare strategie preventive più efficaci e migliori pratiche di sorveglianza, in modo da individuare più precocemente le persone che sono in queste condizioni».

«In effetti l’EASL raccomanda di attuare strategie a livello di popolazione come l'aumento dei prezzi dell'alcol attraverso le accise e le politiche dei prezzi», ha affermato Helena Cortez-Pinto dell'Ospedale Universitario di Santa Maria di Lisbona, in Portogallo, e membro del consiglio di amministrazione dell’EASL. «Il Canada ha compiuto degli sforzi in questa direzione, anche se potrebbe non essere sufficiente. Sarebbe molto utile diagnosticare la malattia prima che sia presente la cirrosi attraverso uno screening per le patologie epatiche tra i pazienti con problemi legati al consumo di alcol».

Attualmente le province canadesi hanno differenti tipologie di limiti sul trasporto attraverso i confini provinciali della quantità di alcolici per consumo personale, che vanno da forti restrizioni in New Brunswick, Territori del Nordovest e Terranova fino a nessun limite in Alberta e Manitoba. Nel luglio 2018 sono state raddoppiate le quantità consentite nelle vendite interprovinciali di alcol, elevando la quota per persona a sei casse di birra (24 confezioni), due casse di vino e sei litri di alcolici. La multa prevista per chi porta persino una birra in più di quanto consentito da una provincia all'altra è di 5mila dollari canadesi.

Cosa stiamo facendo in Italia
«Dopo un lungo lavoro siamo finalmente riusciti ad attivare l’”Unità operativa patologie alcol correlate” all’interno del Policlinico Gemelli e dell’Università Cattolica», ha spiegato Addolorato. «È strutturata con letti, ambulatorio day hospital e uno staff multidisciplinare. Oltre alla mia gestione in qualità di epatologo, abbiamo uno psichiatra, uno psicologo, internisti e tutte le figure professionali che possono lavorare con questi pazienti molto complessi, che alla patologia associano un problema di dipendenza. È inoltre molto positivo il fatto che questa unità sembra funzionare quasi da apripista, dato che altri ospedali si stanno attivando per realizzare un progetto simile».

Fonte: pharmastar.it

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