Alcol e salute, allarme degli epatologi sulle nuove linee guida USA.
Il commento della professoressa Vincenza Calvaruso
Le Dietary Guidelines for Americans 2025-2030 invitano a “consumare meno alcol” ma senza indicare limiti quantitativi né richiamare il legame tra alcol e rischio oncologico. Durante il dibattito seguito all’aggiornamento, l’American Association for the Study of Liver Diseases (AASLD) ha espresso forte preoccupazione: l’assenza di indicazioni chiare e basate sulle evidenze rischia di creare incertezza, proprio mentre la letteratura scientifica conferma il ruolo dell’alcol come fattore di rischio per malattie epatiche e diversi tumori. Questi timori sono condivisi anche dagli epatologi italiani come ci ha precisato la professoressa Vincenza Calvaruso, gastroenterologa dell’Università di Palermo che abbiamo raggiunto con i nostri microfoni.
Le linee guida sono state pubblicate dall’HHS (Department of Health and Human Services), il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti, e dall’USDA (U.S. Department of Agriculture), che insieme definiscono le raccomandazioni nutrizionali federali, inclusi gli orientamenti sul consumo di alcol.
Linee guida più vaghe, non più prudenti
L’AASLD ha criticato apertamente le nuove Dietary Guidelines for Americans 2025-2030, pubblicate il 7 gennaio. Pur ribadendo l’importanza di una dieta equilibrata, ricca di proteine di qualità, grassi sani, alimenti integrali, frutta e verdura e povera di cibi ultra-processati, le nuove indicazioni si limitano a raccomandare di “consumare meno alcol per una migliore salute complessiva”, senza però definire cosa significhi concretamente “meno”.
Secondo l’AASLD, questa scelta rappresenta un passo indietro rispetto alle edizioni precedenti, che per oltre trent’anni avevano indicato soglie quantitative chiare: non più di due bevande al giorno per gli uomini e non più di una per le donne. L’eliminazione di questi riferimenti viene giudicata problematica perché priva cittadini e clinici di un messaggio semplice e condivisibile.
Su questo punto concorda anche la prof.ssa Vincenza Calvaruso, che richiama l’attenzione su un tema spesso sottovalutato: «Il consumo di alcol e le patologie correlate rappresentano oggi un problema rilevante non solo dal punto di vista medico, in particolare per gli epatologi, ma anche dal punto di vista sociale, soprattutto per la riduzione progressiva dell’età di inizio del consumo».
Giovani, genere e metabolismo: ciò che la scienza non può ignorare
Un ulteriore elemento di criticità, secondo molti epatologi, è la perdita di attenzione verso fattori biologici ben documentati, come le differenze di genere e l’età di esposizione all’alcol. Le precedenti raccomandazioni tenevano conto del diverso metabolismo dell’alcol tra uomini e donne, mentre le nuove linee guida non fanno alcuna distinzione.
Come sottolinea la prof.ssa Calvaruso: «Le evidenze scientifiche mostrano chiaramente che uomini e donne non metabolizzano l’alcol nello stesso modo e che i soggetti sotto i 18 anni non dovrebbero consumarne alcuna quantità, perché l’organismo non è ancora fisiologicamente in grado di gestirlo».
La questione dell’età è particolarmente delicata. L’abbassamento dell’età di inizio del consumo rappresenta uno dei segnali più allarmanti emersi negli ultimi anni anche in Italia.
«Gli studi indicano che la piena maturazione della capacità di metabolizzare l’alcol si raggiunge intorno ai 21 anni, e questo rende particolarmente rischioso il consumo in età giovanile», aggiunge la specialista.
Il nodo irrisolto del rischio oncologico
Un secondo punto critico riguarda l’assenza, nelle nuove linee guida americane, di qualsiasi riferimento esplicito al legame tra alcol e cancro. L’AASLD ricorda che già oltre vent’anni fa le DGA citavano l’associazione tra alcol e aumento del rischio di tumore della mammella. Oggi le evidenze sono molto più ampie: il consumo di alcol è stato associato ad almeno sette diversi tipi di tumore.
Anche su questo fronte, la posizione della prof.ssa Calvaruso è netta: «I dati più recenti rafforzano il concetto che qualunque quantità di alcol può avere un effetto cancerogeno, e che non è sufficiente limitarsi a dire “bere meno è meglio”».
Secondo il presidente dell’AASLD Saul J. Karpen, indicazioni chiare e basate sulle evidenze sono fondamentali per proteggere la salute del fegato lungo tutto l’arco della vita. L’alcol continua, infatti, a rappresentare una delle principali cause prevenibili di malattia epatica e contribuisce in modo significativo allo sviluppo di tumori e di altri esiti clinici gravi.
Implicazioni cliniche e messaggi ai pazienti
Dal punto di vista clinico, l’AASLD ritiene che le nuove DGA difficilmente modificheranno l’approccio dei medici, che osservano quotidianamente le conseguenze dell’alcol sulla salute. L’assenza di limiti ufficiali rischia però di favorire interpretazioni soggettive, soprattutto in una popolazione già esposta a messaggi contraddittori.
Per i pazienti con malattia epatica, anche lieve o di origine metabolica, il messaggio deve restare particolarmente prudente. Come evidenzia l’esperta: «Per i pazienti con malattie del fegato, anche lievi, non esiste una soglia di sicurezza: qualsiasi consumo di alcol può avere un impatto negativo e va sempre valutato insieme al medico di riferimento».
In conclusione, la posizione dell’AASLD sulle Dietary Guidelines for Americans 2025-2030 è chiara: l’eliminazione dei limiti quantitativi e il silenzio sui rischi oncologici rappresentano un’occasione mancata per rafforzare la prevenzione. In un contesto in cui l’alcol continua a pesare in modo significativo sulla salute del fegato e si intreccia sempre più con disfunzione metabolica e steatosi epatica, messaggi chiari, coerenti e basati sulle evidenze restano essenziali.
«Il messaggio finale che deve arrivare alla popolazione è semplice: il consumo di alcol rappresenta un rischio per la salute, e anche quantità limitate sono potenzialmente dannose, soprattutto in presenza di malattie epatiche, sindrome metabolica, diabete o obesità. È sempre fondamentale invitare le persone a consultare il proprio medico di fiducia, il medico di medicina generale o lo specialista di riferimento. Informazioni prese isolatamente dal web, senza una corretta interpretazione clinica, possono risultare fuorvianti e dannose ricordandoci che la prevenzione resta centrale. L’obiettivo deve essere quello di ridurre un problema che, purtroppo, continua a essere molto rilevante dal punto di vista della salute pubblica» conclude la prof.ssa Calvaruso.
Fonte: pharmastar.it






















